Teatro

Il teatro sugli Anni di Piombo

La farsa politica e la narrazione d'impegno civile
   
 La produzione teatrale che va dagli anni settanta fino ai nostri giorni non è molto ricca di opere che riguardano il fenomeno del terrorismo italiano nel suo nascere e nel suo svilupparsi.
 Le ragioni per cui il teatro si sia  concentrato così  poco sulle tematiche relative agli eccidi terroristici degli Anni di piombo ( 1969/1981) , possono essere riconducibili   ad un   semplice disinteresse,  alla  difficoltà di  mettere in scena  gli eventi senza banalizzare l’analisi della realtà,  oppure  alla delicatezza di un argomento la cui rappresentazione può rischiare di offendere involontariamente  la memoria delle vittime urtando la sensibilità dei familiari e dell’opinione pubblica.
Le piecès teatrali  che si riferiscono a quel   periodo così controverso, se si focalizzano  soltanto sulla   problematicità dello scenario socio- politico italiano,  possono  essere interpretate come volontà di giustificare  le ragioni degli atti terroristici, e, se si limitano a  condannare moralmente le azioni eversive, è facile che scivolino nella retorica della non violenza e nella descrizione melodrammatica.
Durante gli Anni di piombo, l’ unico drammaturgo, regista e attore italiano che ebbe il coraggio di  rappresentare, attraverso la  farsa e lo sberleffo,  alcuni avvenimenti significativi di quel periodo così difficile della storia italiana,  fu Dario Fo, scrittore, regista e attore teatrale insignito del Premio Nobel per la letteratura nel 1997.
Con la  sua arte, condita da una comicità scanzonata, paradossale e parodistica, Fo  si accosta  ai fatti odierni  senza mai tralasciare l’importanza dell’intrattenimento e della teatralizzazione.
Propria del suo teatro  è   una peculiare tecnica con cui egli  lega epoche e problematiche del passato con le  tematiche dell’attualità sociale e politica. In tal modo rappresenta l’ archetipo eterno ed universale di un mondo in cui i medesimi problemi sono soliti ripresentarsi continuamente, anche se con accenti e sfumature differenti.
Nel 1970 Dario Fo  mise in scena la piece: Morte accidentale di un anarchico ,che, pur raccontando il presunto suicidio dell’anarchico Salsedo in una New York del 1921, si riferiva chiaramente all’anarchico Pinelli, accusato  di aver partecipato alla strage di Piazza Fontana (1969) e precipitato  dal quarto piano della questura in cui era stato interrogato. Il commissario dichiarò che si era trattato di un caso di suicidio, ma troppe ombre avvolsero l’accaduto.
 Il protagonista è il matto, personaggio che si avvale di diversi travestimenti ( psichiatra, giudice, vescovo)  per svelare non solo  la contraddittorietà della versione ufficiale dei fatti ma anche una esilarante confusione conseguente ad ogni tentativo di ricostruzione della realtà.
Negli anni che seguirono l’episodio dell’anarchico Pinelli, le Brigate Rosse decisero  di mettere in pratica le loro teorie rivoluzionarie attraverso l’uso della violenza terroristica come mezzo di lotta politica e di autodifesa. Nove anni dopo, Il 16 marzo 1978 ,  rapirono il politico della DC Aldo Moro, che ,  dopo 55 giorni di prigionia,   il 9 maggio 1978, uccisero.
Nel 1979  Dario Fo scrisse La tragedia di Aldo Moro, testo costruito in modo simile ad una tragedia greca.  Moro gli evocava l’eroe del Filottete di Sofocle, tradito e abbandonato nell’isola di Lemno da Ulisse e dai suoi compagni.
Si sottolinea, nell’opera,   l’idea secondo cui il senatore  fosse  stato il capro espiatorio nel moderno rito del potere:
“Per accomodare i conflitti all’interno del potere , si sceglie un capro espiatorio, si allestisce un olocausto. La vittima deve fare parte della struttura di potere, essere un uomo degno, rappresentativo del suo gruppo. L’olocausto rende sacro e quindi non più suscettibile di dibattito quello che invece dovrebbe essere soggetto alla dialettica. È una pratica liberatoria e insieme dogmatica.” 
Sulla scena,  una cavea concentrica a più gradoni, in cui sono presenti i compagni di partito che girano attorno al segretario come ombre col viso coperto da una maschera che sposta l’attenzione sulle sfumature aggressive di ogni minimo movimento del corpo. 
Con suo stesso rammarico, Fo non rappresentò mai   tale tragedia ma, nel 1981, tornò ad occuparsi dei giochi del potere e di terrorismo  con la commedia: Clacson, trombette e pernacchi, in cui prese spunto dal caso Moro fingendo  che al suo posto fosse rapito Agnelli. Tutto è giocato in chiave paradossale, la storia si sofferma sui plausibili comportamenti  delle istituzioni, sull’ eventuale scelta di intransigenza o di compromesso con i terroristi.
Al centro della  commedia c’è Antonio, operaio della Fiat,  che si trova coinvolto nel sequestro del presidente Agnelli rimasto sfigurato in seguito all’incendio dell’auto in fuga. Grazie ad un’operazione di plastica facciale l’avvocato si ritrova col volto e  nei panni dell’operaio che, a sua volta, finisce per assumere il ruolo di Agnelli. Da qui sono innescati   assurdi equivoci, esilaranti cambiamenti di scena e repentini capovolgimenti di situazioni. Lo spettacolo, divertente e arguta farsa contro il potere personificato dal presidente della Fiat, fu criticato aspramente, stroncato da gran parte della stampa e boicottato dalle emittenti televisive.
I mezzi di comunicazione accusarono ingiustamente  Fo  di fiancheggiamento del terrorismo perché ,al termine di una rappresentazione, diede parola ai parenti dei detenuti del supercarcere di Trani  che avevano illustrato l’atroce trattamento dei carcerati.  Per il regista, torturare i terroristi   significava servirsi delle stesse barbare metodologie dei  terroristi. E durante la rappresentazione, in forma grottesca, è messo in scena tale  discutibile tentativo dello Stato di esorcizzare il demonio.
Nel periodo più recente, a partire dalla fine degli anni Novanta, il teatro ha iniziato ad occuparsi degli Anni di piombo in un modo del tutto differente da quello di Fo.
Le vicende d’attualità non sono più   narrate  allo scopo di sbeffeggiare un potere su cui riflettere criticamente  e per  divertire il pubblico col gioco scenico proprio della Commedia dell’arte. La narrazione , per quanto  a volte spettacolare,   è scevra dalla volontà di analizzare e, allo stesso tempo, giocare. Ci si propone di raccontare una storia di cronaca con precisi riferimenti ai documenti dell’epoca , in modo da coinvolgere ma soprattutto informare il pubblico in relazione  ad un passato da ricordare che ha lasciato strascichi visibili anche nel presente.
 Tale  teatro d’impegno civile è  proprio di Marco Baliani e della Associazione Teatrale Narramondo.
Lo spettacolo di Baliani, Corpo di Stato,  tipico esempio di teatro- documento,  è stato trasmesso per la prima volta il 9 maggio 1998, in diretta televisiva su rai due. Ciò è significativo poiché evidenzia la propensione dello Stato  a rievocare , dopo vent’anni,  il caso di Aldo Moro attraverso il mezzo incisivamente divulgativo del teatro in televisione.
In esso è ricostruito, indagato e attualizzato l’omicidio del senatore della DC,  per offrire l’acre testimonianza di una vicenda da non dimenticare   e  per dipingere con la parola il ritratto di una generazione e di una classe politica.
Il racconto dei 55 giorni di prigionia di Aldo Moro ha i toni della denuncia   di una lacerazione, di come il tema della violenza rivoluzionaria abbia dovuto fare i conti con un corpo prigioniero, e come questa immagine abbia fatto nascere domande e conflitti interiori non più risolvibili con slogan o con pratiche ideologiche.
Come Baliani, anche La Compagnia teatrale Narramondo di Genova, nata durante le manifestazioni antiG8,  si occupa  di narrazione civile   e si propone di rappresentare le ferite storiche.
Nel 2006 , in  un ciclo di spettacoli sugli Anni di piombo, ha messo in scena: A.V. storia di una B.rava R.agazza, La tragedia negata, le B.R, Moro e gli altri, e, infine,  Di eroi, di spie ed altri fantasmi.
In Storia di una B.rava R.agazza, si verifica il confronto generazionale tra una maestra ex B.R e una ragazza maturanda che intende svolgere una tesina sulla sua  maestra .Le due attrici, rappresentanti di due generazioni a confronto,  parlano a due voci cercando di capire ma soprattutto di porsi domande.
In La tragedia   negata , le B.R., Moro e gli altri, è disseppellito un trauma rimosso, la tragedia di Moro. La ricostruzione dei fatti è veicolata attraverso  toni spietati, dolorosi e talvolta ironici. La narrazione, svolta da un solo attore,  non è documentaristica ma fa rivivere l’evento in tutta la sua tragicità.
Di eroi, spie e altri fantasmi, parla di Guido Rossa, operaio dell’Italsider di Genova, , iscritto al PCI e appassionato di alpinismo, ucciso il 24 gennaio 1979 in un attentato rivendicato dalle Brigate Rosse.  Lo spettacolo si rifà alla tradizione del teatro- documento offrendo  la testimonianza di ciò che è accaduto e  stimolando l’insorgere di interessanti interrogativi sulla figura di Guido Rossa, sulle motivazioni che portarono operai e professionisti ad aderire alle B.R, sull’influenza che hanno avuto quegli accaduti di trenta anni fa  sulla politica italiana e sulla nostra vita di oggi.
 La narrazione d’impegno civile è  un genere teatrale che, pur essendo attraversato da  sincera  passione politica ,  non si eleva ad un livello  artisticamente pari a quello delle farse   di Dario Fo. Ha avuto il grande merito di informare e sensibilizzare il pubblico su alcuni avvenimenti degli anni del terrorismo italiano, con l’obiettivo di mantenere vivo il ricordo  delle vittime e di rievocare la storia del nostro paese. Un paese senza memoria, è , infatti, un paese confuso e smarrito, privo di identità. Identità civile che  dipende inesorabilmente  da un passato su cui è inevitabile perpetuare  una  riflessione   tale da   dare un senso allo scenario socio- politico odierno.